anni veri di

Ho preso in mano le cartine, il tabacco. Il filtrino, bianco, spugnetta, è già in bocca. Queste cartine sono ingestibili, troppo fini. Si spezzano, non si chiudono. Col vento di questi giorni tutto intorno, è difficile chiudere le sigarette. Per poi portarle alla bocca. Litigare con l’accendino, fumarsele.
Finiscono, le sigarette. Se ne vanno senza lasciar nulla, nulla che che si possa vedere, passano di mano come una giornata a pescare, anni fa, o una in biblioteca, o dietro alla scrivania, al lavoro. Tra le dita come l’acqua del mattino, come il sapore di una pizza dal congelatore al forno, il congelatore che tenti di riaprire e non si apre. Sono abbastanza malinconico, in questi giorni. Chiudo la cartina, finalmente, e il filtrino e già stretto tra le labbra a reggere la lunga paglia, l’infinito tumore, la linea bianca tra me e l’altra metà della strada. Ho sangue blu, malinconico e rosso, che mi scorre nelle vene.
Sono stato a casa.
Sono stato in città con gente e fatto cose.
Ho preso taxi, navi, aerei, sono tornato da dove sono venuto e mi ci sono distanziato. Ho perso bagagli, o mail in ogni angolo del globo, amici virtuali su pagine virtuali in collegamenti, virtuali. Qualcuno mi ha scritto su una chat. Mi ha detto: stai morendo, cosa aspetti a cambiare. Inalo a fondo, è forte, il fumo entra nelle stanze a U del mio cervello. Se le passa tutte, indifferente. Come io passo i giorni qui, le sigarette qui, qui e là, anni veri di felicità.
Sono convinto, estremamente convinto, non scremato, integro, con i fili di grasso, quasi panna, in una scala da uno a dieci dieci, una ferrovia in metallo pesante. I miei amici accordano gli strumenti e io sono il disco finito, venduto, sold out. Sono il gatto che riproduce le sette vite sprecate in sette gattini, quarantanove nuove pose e possibilità. Sono troppo convito, sono preciso, sono… elettrificato e glorioso. Inalo a brucio. Con rabbia e miagolii indefiniti. So dove voglio arrivare, ci sono arrivato. Ci arriverò. Sono convinto: prendo quindi tutto il resto tra le dita e lo lascio andare, sabbia al mare, spiaggia di settembre, al mare finale. So cosa voglio e giro sigarette e giorni e mi siedo, in spiaggia, a guardarvi e a guardare questo posto. Anni veri di felicità – ma che cosa resterà.
Arriverò, lo so.
Come una corsa che ci si è imposti, il traguardo è alla nostra portata. Sarò felice, per il mio lavoro. Avrò gioie, per il mio futuro. Avrò un figlio, mi aggrada, ne ho voglia. Ma oggi lascio scorrere, e un po’ ho paura. Qualcuno mi ha scritto, in chat. Mi ha detto che cosa aspetto a cambiare. Lei sa chi sono, lei non dice mai a me cosa fare. Oggi l’ha fatto, mi sento così debole, per continuare a fumare così. Un passatempo verso la vita. Un’orizzonte raggiungibile, che prima di raggiungere si sta a guardare il mare passare, sciaborda con spruzzi si spuma bianca, al tramonto bruna, e rifletti mille colori gagliardi, faccette e libellule, pagluzze del sole… ma non lo si tocca. Sciaborda, spuma. Va.
Un po’, ho paura. Mi ha fatto pensare. Tre parole secche, virtuali.
Le sigarette si possono gustare?
Tu, che passi tra le mie mani, mi lasci del sudore? Ho dei colori intorno a me, o solo vento e cose che non so, che non vedo, che lascio cadere?
L’ho buttata nel cestino. Di quelli neri, un portaombrelli, forse. E’ caduta sul fondo ancora un po’ accessa, poi si è spenta lentamente. Io ero già in casa, a controllare la posta, a chiudere gli occhi, il mare continuava le sue moltitudini colorate, a lato e io, come se nulla fosse, avevo già iniziato a dormire.

Sono dei pazzi

hanno preso decisioni
all’ombra di salici che non frustano ma carezzano
la pelle oliva.
hanno guardato da lontano mondi che voi
uomini… hanno ascoltato qualcuno dire che c’era già
stato, qualcuno di bianco vestito
che i serpenti, quelli anziani,
rugosi
con bave giallastre e calze bucate
li sapeva domare.
hanno preso decisioni
fottendosene d’ogni regola o ragione, hanno
piegato cucchiai con la forza del pensiero
sollevato strade
aperto acque
colme di tanto di quel sangue, loro,
hanno,
deciso che la vita e la morte sono una dama cinese
col puzzo di fritto
che s’imbeve tra le pieghe delle camicie,
negre.
hanno preso decisioni
sollevato monti
fatto miracoli.
hanno girato il mondo
mi hanno sconvolto
sulle tue
povere vene.
hanno fatto tutto questo, luride impronte
nel fango d’una trincea
in cui ci siamo,
contando tra le dita, scavando nei nostri nasi pelosi
toccandoci il culo che resta,
noi.

we are all Gaza

In Berlin there is a dress I wanna buy for you
it is a kind of sweet wool short skirt
it is something I saw passing through the scheme
of the street
through all my day here
through my fingers
when I type, when I tease the tablecloth at
home, my mum cooking,
a new pancake a new sugary thought
just for me as human being
all my day here
studying and thinking and nothing
my chair my desk the blank well balanced wall
I get up today and I thought
to crash my head
violently violently purple and again
break of teeth
blood on mouth
salty taste of angriness
crash crash crash smash, with so much to
say and to do
I’m loosing
I’m a looser,
time is passing and I’m just doing what is expected from me
and I wanna I thought to crash
let’s take
it
let’s fly to berlin just for a dress
Saw by a window
as a war that is just a kind of terror for
shy smelly
palestinian kids
It is the right moment now to go and take it.

windows lying down day

E’ il primo giorno, dopo tanti, che mi ritrovo a poter guardare fuori dalla finestra non per angoscia ma per piacere. Una collinetta con qualche ciuffo d’erba inasprito dal vento e un al di là con gli uccelli che passano a stormi, così felicemente neri, che non riesco a vedere. Il cielo è grigio, aria invernale. Ho in mano il passaporto, che non ricordo com’è che l’ho preso, e continuo a passarmi la sua copertina amaranto, ruvida, plastica burocratica, tra le dita. Lo apro e lo chiudo, senza guardarlo, per ricordarmi le vecchie e immaginarmi le nuove partenze. E nello scorrere delle fotografie del mio faccialibro mentale, quando passano una accanto all’altra e una sopra l’altra, dagli anni scorsi ai giorni messi dentro a qualche minuscolo cassetto appannato, passo anche di qua. Da questa stanza e dal mio letto sdraiato per terra, disfatto e rifatto a due passi dal bagno, dall’armadio, dal buco. A due passi da tutto quello che ho che si è compresso qui dentro. Esploso da una valigia.
Questa non è una città, il posto in cui sono. E non è neppure un vecchio villaggio di mare coi suoi uomini da piccoli lavori in attesa di farsi la barba e la morte. E’ solo un paese immaginario. Un posto chiuso in una bolla lontana dal mondo, su uno scaffale di un qualunque centro commerciale, messa in terza o quarta fila che nessuno la può vedere ma tutti sanno che c’è, che è lì, ed è pronta anche se un po’ irraggiungibile. In cui fluiscono i ragazzini della apple e del maglione in flanella, le ragazzine bionde e tutte incredibilmente con gli stessi occhi e le stesse labbra da hentai, con gli stivaletti col pelo bianco e i gonnellini. Calze spesse viola o marroni. Gente con una semplicità di vita quasi sconcertante, non loro, i ragazzini, ricchi e poveri adolescenti britannici, ma gli uomini e le donne conviti e convinte di fare un servizio al mondo con le loro ricerche tra la A e la B, tra il pelo e l’uovo, beating around the bush. Un’aia sconfinatissima. Dove si gira e si gira e ci si compiace, abbastanza lontani dal mondo da non dare fastidio, e da continuare a risplendere come carta patinata. Porca puttana. Ma di quelle proprio luride, di quelle da bordello di Ankara. Che ci entri passando il check in della polizia e poi passi accanto a queste signore che ti aspettano sulla porta, in una piccola cittadella dai muri scrostati e dall’evidente sifilide, puttana con le vene varicose e il mondo sfiancato dentro di sè. Forse una di loro capirebbe. L’inutilità latente di una massa di parole scollegate da tutto e da tutti, un fuoco fatuo di cui si parla e che nessuno ha mai visto. Poche eccezioni, pochissime. Solo un gran rumore e un’eccitazione di fondo che finiranno un giorno sommesse come un peto lasciato andare, tra il culo e la sedia imbottita, caldo, nel silenzio generale.
Passo un occhio veloce sul nuovo lavoro da fare, che è lì accumulato sulla scrivania. Deglutisco un sorso di the dalla tazza coi fiori e incrocio le gambe. Guardo ancora fuori da questa finestra che non riesco ad aprire. Al di là del vetro spesso, forse la stessa emozione di vedere qualcuno uscire di casa al tramonto coi contrasti fortissimi del grigio e del nero, coi pensieri a districarsi tra un lampione e l’altro, come lunghi fili prima di prendere il volo. Forse, e io continuo a sperarci. A lavorarci. Pronto presto a partire, con una voglia di andare proprio al centro al mezzo all’interno del bush, nella sua profondità così odorosa e felicemente nera. Per lasciare ad altri la gioia di girarci ancora, e ancora, intorno.

all it’s allright

taking care of your little fingers i was flattered
i was even
honored as smashed potatoes scratched
in a smoothly sweet and sexy way, so hot erection from the pot,
by an onion silver fork.
it may be the weather
it may be that I bought a cd made of soul and guitar
it may be that
but I’m quite carefree today. Honored,
by your fingers.
I pass my eyes on them, I look at them, pinkie.
Like the red part of the egg
the empty space
in the net
the baritonal voice form a church in the middle Autumn
crazy crispy wind out side and
so
on.
I’m just sitting and thinking,
I’m just far and freezing,
I’m just typing and dazing,
but I remember your feet fingers,
searching my hands
in those still evenings.

Canzone di striscio

sto volando talmente lontano dal posto in cui sono nato
dalla pasta fatta in casa dalle coperte calde
sono qui che mangio ormai solo più cheddar cheese dentro pane da toast
scaldo il pane e ci presso blocchi di formaggio dentro
a qualunque ora del giorno
e a tratti anche della notte che è sempre così nuvolosa
e mentre provo ad accordare la chitarra
penso a come puoi sentire il fiato sul collo delle persone intorno a te
a quando puoi sentire
la solitudine abbracciarti dolcemente, ma fredda, come
un soffio sotto la finestra che si chiude male
proprio quando hai il raffreddore
e inizi a tremare.
sto volando in un posto lontano molto più dei chilometri che rappresenta
ma rimango sempre con la testa piegata verso sinistra
appoggiata al dorso della mia spalla
con una movenza all’ingiù
sperando di cogliere il filo che può tenere unito il mio umore al tuo
che può sorreggerlo fino alla fine del solito dì
quando anche il sole gira e cambia
quando vorrei
poi solo, in definitiva, non c’è immaginazione che tenga, abbracciarti
calda come formaggio giallo fuso
e gialla come pane croccante marron.

Weird Fishes


e il momento
in cui ad una ad una le dita
sfilano dalla ciabatta
su una ghiaietta fine di fine estate ligure,
color seppia,
è finalmente arrivato.
il mare è poi sempre quello il mare
ma è lì
grande ondoso e blu
davanti a noi.
Profondo come quei tuoi occhi
che mi si piantano davanti
nel prendere da terra
la borsa e andare.
Intorno il rumore di un decollo.
l’incomprensione di una ignoranza familiare fatta pane
amore e cemento.
la sabbia di amicizie del devo
non devo.
e il momento in cui ci si lascia alle spalle
il vento
e ce lo si prende in faccia
su un bagnasciuga secco, col sale a tocchi,
è finalmente arrivato.
Slaccio le gambe come fossero fasci muscoli
che non aspettavano altro
e affronto la prima onda
del tuo sguardo grande, a testa in giù.

divano

mia madre sta sbattendo le pentole coi coperchi e io immagino quando, da bambino, mi divertivo a prendere le forchette e a iniziare a stridere con le tre (quattro?) punte nella parte concava degli stessi, l’interno, tra le righette sottili e lucenti dell’acciaio, quando per intenderci mia madre si alzava dalla sedia strillando FINISCILA! mentre lei ora è lì che più o meno fa la stessa cosa e io rimango immobile, senza dir nulla, sul Divano. Il tempo passa, penso, le relazioni di potere rimangono immobili come quei muriccioli che ogni tanto vedi in giro in campagna, che vedevi anche da bimbo, e che sembrano rimanere sempre lì. Sempre al loro posto. Scrostati.
Forse. Forse i muriccioli non sono sempre uguali e così fanno i rapporti di forza, quelli che vedi in giro sparsi per le campagne racchiuse tra il ferro da stiro e la sala. Il tappeto con improbabili tacchini e il telefono, bianco.
mio padre sta smontando tutto. ha preso la casa per un lego – e qual’è poi, in fondo, la differenza? ora tiriamo su delle pareti nuove intorno a noi e le costelliamo di preoccupazioni. le friggiamo con la birra, però, che così rimangono croccanti. sta spesso sul tetto, mio padre, e a me viene da pensare quando queste stanze erano ancora da costruire e io ero proprio pisichello e giravo con un gatto in mano, un micetto, chiedendo come si chiama come si chiama per il prato, quel prato che ora è di nuovo un cantiere. Mio padre invecchia e dimagrisce e la cosa più triste è che io me ne rendo conto. A volte lo vedo, non ora, che sono sul Divano. E lo vedo più scarno. E mi preoccupo.
Forse. Forse faccio poi solo bene, a preoccuparmi solo per me. Perchè è di quello che mi angoscio, la mia lenta sfuggita, il dipanarsi del legame, e chissà cos’altro. Chissà, forse è solo una paranoia, come quelle che ci sono la sera, quando hai finito di mangiare e la tavola è ancora apparecchiata, che non chiede più niente. Paranoie che rimangono nelle briciole di pane e nei riflessi colorati della tv nei bicchieri.
Gli occhi sono generalmente stanchi.
mia sorella forse dorme. sul Divano.
il mio cane è morto qualche anno fa. qui dietro.
proprio qui, sotto il balcone.
Forse, avrà pensato, è fatta. Ed è spirato. Ma mettere un pensiero in testa a un cane è proprio roba da stronzi.
E così il mio computer continua a scaldarmi le gambe, a Luglio, mentre ho la testa incassata e il Divano mi spinge ad andare sempre più giù. Se questi sono i giorni di transito migliori della mia vita, beh, signori miei, venite a cena questa sera che vi farò trovare il mio stomaco tritato e speziato, un purré come non mai, tanto per essere chiari. La tavola è pronta. La porta, smontata. Vi prego, entrate. Posa le pentole, ma. Scendi da là, padre. Sorella mia alzati e cammina.
Entrate ora.
Ho il vento in poppa e un’ombra nera, grandissima, che mi sovrasta.
Tutto è scuro.
Una testa grande come il mondo
e una solitudine
calda, che sa di vapore. Appena stirata.

SAXX

(inspirata da J.C.)

Baka bakai

baka bakai

È un suono sinuoso

che si ripete

Baka bakai

Lo diffondono le casse dello stereo

Le grandi casse nere

Posizionate sopra l’armadio nell’umida stanza.

Agosto, maledetto cemento,

rilasci il tuo caldo mellifluo bakai,

quando io sprofondo nella poltrona

e nella mente

con la schiena curva e gli occhi

contro l’armadio

dietro le ante

dove c’è appesa quella

giacca marron, che ancor puzza

di cicca,

di quel mercato bagnato

a diecimila leghe da qui, dove,

con un sorriso un po’ incerto,

nude le spalle, la comprai.

Lo sguardo della venditrice tradiva

La sua lingua straniera.

Baka bakai,

baka bakai,

e il vinile grasso continua a girare, con le mie gambe

pendule e le braccia a far aria

con un vecchio giornale.


yess!!

e prendimi questa volta di spalle
voglio sentire
quella tua mano di pasta infornata
passare sulla vita, girarla,
come un filo di trentasei lune od ottanta,
io che lentamente mi sposto da un piede
all’altro, sul parquet marron,
casa solitaria,
NEL MEZZO DI UNA PIANURA DISTESA
CON LE MANI DIETRO LA SCHIENA
E LA TESTA ALL’INSU’
con le scarpe che fanno
squash squash
Medici con occhi gonfi sporgenti
mosche poliedriche
assassini indicibili, bava lunga e guanti rossi
dicono che non durerà
tra di noi, sospesi nell’aria,
nella casa solitaria,
NEL MEZZO di
CON GLI OCCHI e
un discorso qualunque
.
e prendimi però questa volta
prendimi ora
solo pochi passi, vieni verso di me, nella stanza silente
non stare
così incredibilmente immobile su queste
ASSI DISTESE
con il sudore a cadere distinto
e la testa
all’ingiù
squash, così di botto a gocciolone,
da un collo all’altro,
io davanti tu dietro, con la precisa sensazione
del filo del silenzio
spesso, teso
tra gli occhi chiusi
e noi.