giorni

i giorni che ho calcolato, i giorni che ho digitato

quelli che ho passato su facebook
le cartoline sul divano, a piegare i vestiti, le
sbornie sul ciotolato, i giorni come domeniche
che siamo così spaesati senza
profitti, tutti quei momenti in cui si andava a dormire troppo
in là, per alzarsi troppo presto, i giorni
così, i giorni della pancia gonfia, potevo passarli
a chiederti come, a farti dire,
a tirarti la coperta
a costruirmi un ricordo. Sai, come le presine, o
i guanti. Come uno scaffale,
una collezione.
Quei giorni di pasta e di carta, di beige e di blu,
sono tubature intasate, caloriferi
spenti, finestre aperte con le tegole a scendere,
brividi sotto pelle che indietro
ci si guarda
ma nulla più.

la piana

Ci sono volte in cui penso di esser solo, in questa piana.

Ci sono volte in cui ti penso
e guardo fuori dalla finestra,
con lo sguardo appoggiato alle mani, e ci sono macchine,
strade di campagna con i furgoncini gialli che vanno su e giù,
elettricisti al lavoro, con la loro barbetta sfatta, i pali della luce –
fermi, immobili – piantati come cazzi tra
pioppi e rimasugli di querce…
La piana, l’Europa che fu.
Puzza di sterco di gallina, di concime,
che cagano chimico
ormai, acume nel naso e nel polmone.
Ed è una piana larghissima, lunga, immensa proprio
perchè piatta, schiacciata su di sè, tre volte, col suo freddo, anche oggi, che freme
su per la spina,
è una piana di cascine, terra bagnata
stivali e muratori e agricoltori e
avvocati,
e balere in legno, e dio-solo-sa-
Ipermercati!
Ti lascia senza fiato per la sua cacca
di gallina, bruttezza infinita. Pace, però, tra spari di caccia
e cani nei boschi,
anche quella.
A volte mi sento solo,
e penso di esserlo.
Vorrei unirmi a questa terra, qui fuori, abbandonare il resto
con le mani in pasta, le unghie nere
ricurve
e dense marroni, affondate,
piegate anch’esse
tre volte,
poi delle voci mi destano
le tue parole per mail, piombate per caso assoluto nel framezzo
di questa mattina
si assottigliano, brillano, e fendono,
dritto
verso il mio cuore.
E guardo ancora dalla finestra, ed è tutto piatto come prima,
i van e le cascine, pioppi e pali-di-luce,
la cacca concime,
ma io sto
un po’ meglio, di prima.

illness

Ci sono una cassa e un rullante che girano sui 4/4, in genere sui 98bpm, è hip hop che ti entra proprio dentro, in circolo, che se non sei cresciuto in provincia, in ghetto o in periferia proprio non puoi capire. Non ce n’è.
A volte torna, dentro di me, da un pezzo ascoltato ormai sempre più tecnologicamente, digitalmente, a volte resta lì sopito per mesi interi. Come la voglia di scrivere su questo blog, la voglia di prendere in mano una penna in generale. E poi, tutto d’un tratto, ricompare.
A volte mi chiedo: sarà mica solo come una sega? Come il momento dopo la sega, che sei pronto a incidere il disco migliore del mondo, a scrivere un capolavoro di letteratura, a fare una ricerca rivoluzionaria… A volte mi chiedo: ma sarà mica che la mia vita si sta riducendo pian piano tutta al momento dopo la sega? Me lo chiedo, e mica mi dò una risposta. Che risposta posso dare? Semplicemente, ascolto una cosa in 4/4, che gira sui 98bpm, e mi sento nuovamente giovane forte e sicuro della meta da perseguire: è incredibile quanto fossi certo, da adolescente – quanta poca coscienza avessi, d’altro canto, della complessità di questo mio essere carne tra uomini, macchine e progetti quotidiani.
Mi sento, però, appunto, a tratti, ancora così giovane. Forse è solo un momento dopo una sega, forse no, forse la routine me lo sta appiattendo, in questa mia vita che in molti considerano pure allettante interessante affascinante e che io considero sempre più banalmente… stancante. Ante, Ante, Adelante Adelante. Andare, andare: Adelante! Eh! Facile da cantare, mio tesoro de Gregori.
Così mi trovo a vedere in altri passi che ho già fatto. E a vedere in altri ancora passi che non vorrei fare, vite che non vorrei vivere. E in me, a scorgere solo una indefinita confusione, a metà tra la sega – emozionalmente dirrompente, appunto – e la staticità in movimento di un percorso tracciato e, se non così tristemente ben chiaro come tanti, quantomeno piuttosto delineato. E sto lì, guardo questo trittico, e mi dico: ma cos’è questa cosa qui? Informe! Delirio!
Sai, mio caro blog, io dovrei fare una cosa sola: scappare due mesi in montagna, scrivere il romanzo della mia vita, far uscire queste anime, lasciarle andare. Solo questo dovrei fare, solo questo, uscire dagli schemi che mi sto autoimponendo
dalle email
dal cellulare nuovo
da te, dal senso di colpa per le persone che non riesco a vedere
dal lavoro
Scrivo:
Ah,
Saggezza.
Sei proprio una troia:
ti pago, e non fai che dirmi
che è ora
di andare.
Sarà una malattia del mio tempo: sono scoordinato, ma, ancora per un po’, continuerò a credere in un mio grande cambiamento.

cose che non mi appartengono

A un passo dal collasso, ernia ietale, troppi tortini di riso alla tavola familiare e vino bianco, a un passo dall’implosione torno a stendermi su queste lastre di bit made in china but disegnati in California, dove c’è sole e denaro e muscoli governatori. Gran culi, tra l’altro, o almeno così ci hanno sempre fatto credere, e viva Iddio – proprio lui! – credere è tutto.
Riaprendo per un momento alcuni strumenti di distruzione di massa quali skype o similar patacche, ho letto degli status, ovvero degli stimoli defecanti espressi attraverso le sopra lastre, da persone che conosco o meno, ma che in qualche modo sono a me connesse. Entusiaste, eh! Per ragioni che non mi appartengono.
La cena indiana che sta per essere preparata a casa propria.
La prossima partenza per il brasile.
Le mani giunte e un cavo per IPhone perso e ricercato, quindi.
“Ogni tanto mi risveglio e mi domando, ma in tutto questo – cosa c’entro io?” (N. Fabi).
Sono cose che non mi appartengono.
E non perchè, banalità, non sono da me in prima persona vissute. La conquista del palazzo d’hiver mi appartiene, che diamine, eccome. Sono cose che non mi appartengono, non sono nel mio universo di possibilità espressive, emozionali, punto. Ecco la questione: leggo e vedo universi paralleli, e neppur simili. Vere e proprie altre dimensioni coi loro gas e le loro stelle e tutte le possibili combinazioni chimiche, unite e non, collimano e collassano.
Sono lì a un passo a un occhio a un numero da me. Ma quanta distanza.
E quanta rabbia.
Inespressa, anche in queste parole, che assumono la stessa dimensione delle stesse contro le quali si riversano, argomentano e schiantano. Cioè, in breve, avrei bisogno di slacciarmi da questi universi di persone che si parlano addosso. Questo sito non lo legge nessuno e io sto benissimo proprio così.
Diamine.
Che contraddizione.
E’ precisamente sentire che c’è qualcosa che prude, che provoca un fastidio continuo e tenace, e sapere, essere consci, che quella cosa è la stessa cosa che produciamo ogni giorno – ma si disgiunge da noi. Intendiamoci: la merda del cane, o il suo bau, non sono il cane. Ecco: è il cane che odia la merda e la produce, io che odio questa persona che aspetta gente a cena e me lo fa sapere, e poi pubblico, defeco, dei miei bisogni.
Sono lacci.
A ventidue anni scrissi:
Nella carne ho nervi che fremono
muscoli tesi
fiumi di latte bollente
fili su fili al vento, fili di salice
che frustano l’aria,
nel sangue ho un giogo di lacci,
sono batterie e chitarre distorte,
traffico, code interminabili,
impiegate saccenti ignoranti,
donne che ti guardano con occhi di gatta
puttane.
Nel sangue rosso e grumoso vi sono
pietre aguzze- una spiaggia
di bianca sabbia,
nel mare un polipo assassino,
il computer impazzito,
gente che ti assilla dalla prima ora del giorno /
sento i muscoli fremere,
ho una gran voglia
di spaccare la faccia di gomma del mondo
e poi piangere, piangere,
annacquare il gelo
della mia spiaggia
esistenza.
Ne ho ventisei.
E così, “Ogni tanto mi risveglio e mi domando, ma in tutto questo – cosa c’entro io?” (N. Fabi).
Ho bisogno di una svolta. Lo dico solo questa volta.

dig yourself lazarus dig yourself

Non ne posso più dell’odore del caffé del mio vicino di scrivania nell’ufficio cappa, afa di PC, caldo di una stella lontana a contatto con la mia atmosfera, quel suo vapore di caffé cileno, odio tutti i Cileni che se lo mettano in culo, chicco per chicco, quel loro caffé Fair Trade Rain Forest Alliance del mio enorme Dio caffé, il mio vicino e il sorriso e la cappa fumante. Non ha una tazza, non se la può permettere. Beve caffé in cup di cartone su cui c’è scritto, stai attento che le tue labbra rosee e la tua lingua maionese potrebbero scottarsi al contatto con, Ho vinto molti premi e non ne ho apprezzato neanche uno se non quelli con le tartine gratis e le segretarie con lo scollo a V e i capelli biondi che mi dicevano amiamo quello che scrivi e io, si.
Non ne posso più dell’uomo che mi dice di chiudere la porta del mio ufficio. Non ne posso più di questi album indie rock tutti uguali e di questi cantautori che non hanno più niente da dirmi e continuano a spillarmi soldi su emusic, non ne posso più delle mie maglie sempre troppo lunghe o troppo strette o troppo troppo, non ne posso più del mio gonfiore di stomaco, lo incontrassi per strada, maledetto stomaco, sarei più duro di Eastwood più serio di una canna di pistola nera fumante più gonfio di un tacchino graziato da G. W. nel giorno del ringraziamento. Che caca sul tappeto presidenziale. Diarrea tachinorum. Maledetti Cileni.
Non ne posso più di questa luce di merda a tempo che ho sopra la testa. Che ogni cinque minuti si spegne. E un giorno stai bene e un giorno stai male, affacciato alla finestra, che un giorno ti senti come l’istante dopo una sega, e il giorno dopo ti senti come quando te ne sei fatte troppe di seghe, ma le donne, le donne, come possono capire… per loro è come quando ti dice per la prima volta ti amo e quando te lo dice troppo, odio questa luce, che ogni volta che scrivo devo muovere la mia mano per aria, come un folle, in ufficio, per ri-attivarla ri-accenderla, voglio una ri-mozione di questa sensazione. Un agente pagato apposta per sostare ore all’angolo del malumore.
Non ne posso più. Di questi libri troppo lunghi. Di questi tutori che non ti seguono al di fuori delle barre rosse dei documenti, ecco dove stava mr K, tra le barre rosse dei documenti neri. Ed è andato fuori, beato lui fuori di sè. Non ne posso più e sto per scoppiare, e potrei fare come fanno alcuni che spaccano in due il pc di questa mia vicina di scrivania che ha un bel sorriso ma è tremendamente insicura, e glielo spaccherei in testa, il pc, lo schermo da una parte all’altra, e sarebbe ancora capace di chiedermi why. Non ne posso più dei why. Dei va bene ma. Dei è perfetto ma. Dei suoi stivali, in vacanza col bagnoschiuma pino silvestre che è ormai l’unica cosa che si silvestre è rimasta. Non ne posso più di vederlo passare e di non potergli parlare se non sotto appuntamento. Silvestre che puzza di merda di mucca pestata da uno zoccolo di un cavallo che l’unica corsa che ha fatto in vita sua è stata dalla fregna alla paglia. Cavalla.
Non ne posso più della mia necessità di organizzare.
Non ne posso più di quelli che sanno cos’è meglio per me e non capiscono quanto quanto quanto, loro credono sia semplice. Non ne posso più di me stesso, e ci arrivo senza pathos, ma non di me in quanto me, cervello, ma in quanto me che agisce, il perpetuum in me, non ne posso più del mio cellulare, d’esser reperibile, irrequieto, con un mare di idiosincrasie che è destinato, maledetto riscaldamento globale, solo ad aumentare. E Al Gore si ficchi il suo documentario nel,
Una pala. Solo una pala.
Datemene una che la rompo sulla schiena dei miei lacci. Datemene una che mi ricongiungo con la mia voglia di vivere, di metter la testa nell’origine del mondo per rotarla con occhi sbarrati, occhi in cui entra il liquido del mondo a vagonate, a vagonate, datemi una pala, voglio scavare una fossa per tutto quello che è e che sembra sarà, prendere a uno a uno i peli del mondo e bruciarli con quella puzza di pollo e, ancora, scavare, ricoprire, vagonate e vagonata – questa cazzo di luce che continua a spegnersi è insopportabile!
E’ tornato l’uomo a dirmi della porta.
Ma io non sono irrequieto di per me.
Sono solo non ne posso più e mi vedo prendere a badilate in testa le mie sinapsi, mi vedo di schiena, piegato sul mio cranio aperto col badile sferrare, zack, zack, lupo cattivo! Mi vedo e mi chiedo qualcosa che non ricordo già più.
Una cosa gialla, una cosa marrone.
Una cosa che puzza. Di pollo. Di caffé. Una cosa appiccicosa, che cosa, che cosa.
Dove voglio andare a parare senza perdere la mia ragione? Ma quale ragione! Fanculo a questa cazzo di Rain Alliance Forest delle mie palle piene di peli! Cileni del cazzo, se li prendo gli faccio poi vedere cosa vuol dire lavorare, cosa vuol dire sentirsi carico e pieno di responsabilità, cosa vuol dire giocare a fondo, ogni giorno, sudate carte e luce di stella percepita solo per afa, cosa vuol dire piegarsi, scavare, cosa vuol dire farlo Avendone Perso Ragione.

cioccolatini

la madre preme con le dita
nella bocca del bimbo nero,
labbra zuccherate
bocca piccola, buco di culo di
la madre preme
un’altra ciambella
un trancio
una lite
e io passando vedo i denti bianchi, denti da latte,
pietrine, affogare voraci nel
manto di grassi saturi
logori
GONFI:
La mano preme
la gente sgomita
i pacchi son pronti sul bordo del banco cassa
sorridente
sorridenti.
Tutto è pronto per quel suo buco di
tutto è pronto,
le guance si GONFIano, le mani,
spasmi nell’aria,
lo zucchero incastonato
ai bordi
col becco che va su
e giù,
bamboccio,
anatra nera e ciccia, goffa,
arpia che batte il collo, quando il grumo
s’incastra, picchia in avanti
scatta,
e butta
giù, per Gozzolandia,
spugna gialla zuccherina, occhi gonfi, saturi,
deificati
tronfi, grassi.
Un futuro da pornostar nella vetrina
del mondo fermo alla
cassa –
con il moto
che balla
ancora un po’,
rotatorio
e rivoluzione.

Bisogna il Presente

Non ho scritto pagine sulla moleskine da tempo, non ho preso in mano la mia penna, sono rimasto seduto su treni ascoltando mp3, ruotando la rotellina, guardando le capre fuori dal finestrino. E guardo le pagine bianche come niente. Come spazio tra le dita, che non puoi guardare, come ciò che c’è sotto il poster appena appena scollato, là sulla destra, sul muro della tua stanza.
Sto ascoltando un disco nuovissimo, dal disco duro del mio pc, che è allo stesso tempo vecchissimo, un disco di anni fa uscito l’altro ieri. E’ un disco che mi ricorda il pullman delle scuole superiori, quando per un po’ non ascoltavo hip hop. E’ un disco che mi ricorda i viaggi in panda, tornando dal lavoro, sotto la pioggia, perchè quando torni dal lavoro piove sempre. E’ uno di quei dischi che devi chiudere gli occhi per ascoltarlo, che ci senti dentro tanta di quella musica, o che forse è semplicemente capace di tirala da te la musica, per ricordi o per tecniche alchemiche. PGR.
Lo sto ascoltando in questa stanza, con le cuffie. Immaginando le voraggini tra me la porta il corridoio il vialetto la collina la cattedrale e le campagne, le città, il mare. Mi fa tornare in mente, questo disco, quella notte caldissima che passai a bere whiskey e a scrivere su blog di mezzo mondo il pezzo sconclusionato della mia esistenza, le mani che battevano, battono senza mai guardarsi indietro, mai smarrite, come macchine che si assemblano al punto giusto, con le virgole, gli – stop. Questo disco dice che Bisogna il presente.
Ha troppo ragione, questo disco.
Bisogna il presente, bisogna la mia penna, bisogna la chitarrina che sento in cuffia…
… bisogna la notte, là fuori. Ed è tutto presente, e tutto così possibile. Quasi tangibile che sì – è un niente che in realtà non è niente, ma è quello che è. Bisogna…

painless

I’m abstract like a
like a picture in the.
And now, writing in the white box
I still remember the effect of the
alcohol, those nights, those green fields
those titles heads,
painless heads,
so titles, so so back, a backbone
like a circle and the stars
as my own, sweet, circus.
Love, my love, I remember
memories, and remembering memories
is check mate.
Is the metallic sound of the key
in the door of the
jail.
Painless nights, I remember them.
When we were trying to cross the scaffold
when we
were
still
trying.
Now I write in the white box, I’m abstract,
like piano notes,
fake: like Soprano’s actors.
I’m just me in the waiting cue of something
looking a bit back
and than nothing.

anni veri di

Ho preso in mano le cartine, il tabacco. Il filtrino, bianco, spugnetta, è già in bocca. Queste cartine sono ingestibili, troppo fini. Si spezzano, non si chiudono. Col vento di questi giorni tutto intorno, è difficile chiudere le sigarette. Per poi portarle alla bocca. Litigare con l’accendino, fumarsele.
Finiscono, le sigarette. Se ne vanno senza lasciar nulla, nulla che che si possa vedere, passano di mano come una giornata a pescare, anni fa, o una in biblioteca, o dietro alla scrivania, al lavoro. Tra le dita come l’acqua del mattino, come il sapore di una pizza dal congelatore al forno, il congelatore che tenti di riaprire e non si apre. Sono abbastanza malinconico, in questi giorni. Chiudo la cartina, finalmente, e il filtrino e già stretto tra le labbra a reggere la lunga paglia, l’infinito tumore, la linea bianca tra me e l’altra metà della strada. Ho sangue blu, malinconico e rosso, che mi scorre nelle vene.
Sono stato a casa.
Sono stato in città con gente e fatto cose.
Ho preso taxi, navi, aerei, sono tornato da dove sono venuto e mi ci sono distanziato. Ho perso bagagli, o mail in ogni angolo del globo, amici virtuali su pagine virtuali in collegamenti, virtuali. Qualcuno mi ha scritto su una chat. Mi ha detto: stai morendo, cosa aspetti a cambiare. Inalo a fondo, è forte, il fumo entra nelle stanze a U del mio cervello. Se le passa tutte, indifferente. Come io passo i giorni qui, le sigarette qui, qui e là, anni veri di felicità.
Sono convinto, estremamente convinto, non scremato, integro, con i fili di grasso, quasi panna, in una scala da uno a dieci dieci, una ferrovia in metallo pesante. I miei amici accordano gli strumenti e io sono il disco finito, venduto, sold out. Sono il gatto che riproduce le sette vite sprecate in sette gattini, quarantanove nuove pose e possibilità. Sono troppo convito, sono preciso, sono… elettrificato e glorioso. Inalo a brucio. Con rabbia e miagolii indefiniti. So dove voglio arrivare, ci sono arrivato. Ci arriverò. Sono convinto: prendo quindi tutto il resto tra le dita e lo lascio andare, sabbia al mare, spiaggia di settembre, al mare finale. So cosa voglio e giro sigarette e giorni e mi siedo, in spiaggia, a guardarvi e a guardare questo posto. Anni veri di felicità – ma che cosa resterà.
Arriverò, lo so.
Come una corsa che ci si è imposti, il traguardo è alla nostra portata. Sarò felice, per il mio lavoro. Avrò gioie, per il mio futuro. Avrò un figlio, mi aggrada, ne ho voglia. Ma oggi lascio scorrere, e un po’ ho paura. Qualcuno mi ha scritto, in chat. Mi ha detto che cosa aspetto a cambiare. Lei sa chi sono, lei non dice mai a me cosa fare. Oggi l’ha fatto, mi sento così debole, per continuare a fumare così. Un passatempo verso la vita. Un’orizzonte raggiungibile, che prima di raggiungere si sta a guardare il mare passare, sciaborda con spruzzi si spuma bianca, al tramonto bruna, e rifletti mille colori gagliardi, faccette e libellule, pagluzze del sole… ma non lo si tocca. Sciaborda, spuma. Va.
Un po’, ho paura. Mi ha fatto pensare. Tre parole secche, virtuali.
Le sigarette si possono gustare?
Tu, che passi tra le mie mani, mi lasci del sudore? Ho dei colori intorno a me, o solo vento e cose che non so, che non vedo, che lascio cadere?
L’ho buttata nel cestino. Di quelli neri, un portaombrelli, forse. E’ caduta sul fondo ancora un po’ accessa, poi si è spenta lentamente. Io ero già in casa, a controllare la posta, a chiudere gli occhi, il mare continuava le sue moltitudini colorate, a lato e io, come se nulla fosse, avevo già iniziato a dormire.

Sono dei pazzi

hanno preso decisioni
all’ombra di salici che non frustano ma carezzano
la pelle oliva.
hanno guardato da lontano mondi che voi
uomini… hanno ascoltato qualcuno dire che c’era già
stato, qualcuno di bianco vestito
che i serpenti, quelli anziani,
rugosi
con bave giallastre e calze bucate
li sapeva domare.
hanno preso decisioni
fottendosene d’ogni regola o ragione, hanno
piegato cucchiai con la forza del pensiero
sollevato strade
aperto acque
colme di tanto di quel sangue, loro,
hanno,
deciso che la vita e la morte sono una dama cinese
col puzzo di fritto
che s’imbeve tra le pieghe delle camicie,
negre.
hanno preso decisioni
sollevato monti
fatto miracoli.
hanno girato il mondo
mi hanno sconvolto
sulle tue
povere vene.
hanno fatto tutto questo, luride impronte
nel fango d’una trincea
in cui ci siamo,
contando tra le dita, scavando nei nostri nasi pelosi
toccandoci il culo che resta,
noi.