Una tesi per tutti. Senza dimora, km, e parole.

Rimettere mano alla propria tesi di dottorato. Rendersi conto di quanti km sono passati. Ricordarsi gli odori della mensa, della strada. Delle persone con cui ho fumato alla stazione, sotto i portici, al parco. Di quel caffè con Daniel, Piazza Solferino. Della fabbrica. Le immagini della mensa e l’odore di latte caldo e di piscio, i tavolini piccoli, gli uomini con le giacche larghe. Carte per terra. Bidoni dell’immondizia. Il freddo di Torino, il Palazzo d’Inverno, la Pellerina e i container, i bicchieri col te’ caldo che scioglie la plastica. Un momento, solo un momento di distrazione nel ridere di fronte all’arco grande della stazione perché un culo così proprio non l’avevamo mai visto, noi, e poi i parcheggi abusivi, i cartoni, e le mani che ti guardano peggio degli occhi, le mani. Il male ai gomiti per scrivere la tesi in un appartamento con i soffitti alti: il coltellino, l’incazzatura di C., i curriculum corretti. Volantini con su scritto: si eseguono lavori di muratura a basso costo. Dopo un lungo weekend in questo ufficio in Oceania minore – cercare di dare un altro senso a tutte quelle parole.

Quella tesi, per quel che vale, e’ disponibile a tutti (qui trovate l’abstract, e contattandomi potete leggerne una copia). Tutto il resto è solo il tempo sfuggito di mano, uno spazio che non controlla le lancette perché non sa cosa sono.

ps: The abstract of PhD thesis on homelessness, is here (if you want to read the full work, contact me).


Practicing space, organizing the future – APROS 2012, Auckland

The 14th Asia-Pacific Researchers in Organization Studies Conference

Nov 29-Dec 1, 2011 School of Management, Massey University Auckland, New Zealand

Practicing space, organizing the future

Relying on the latest geographical strands on spatial theory, this paper argues that “organization” is a spatio-temporal matter that emerges from the practices through which contexts are built, performed and enacted. Introducing a Lefevbrian-based understanding of social space (Lefebvre, 1991; Soja, 1996), and integrating it with a more-than-human account of relationality (Whatmore, 1999), this work proposes an account of space as a relational more-than-human product that cannot be neither fully controlled nor entirely predictable in its outcomes. Starting from these premises, the question of how we might organize things in space, in order to achieve certain future outcomes, is presented in all its ambiguity. Is it possible to organize space assuming that space is in continuous, unpredictable, motion? Can the future space being imagined and controlled? Is it possible to dissociate organizational aims from the spatial situatedness of the organizer him/her-self?

More on my research on space, here.