Guerrilla Radio

Per chi ancora non lo conoscesse… probabilmente il miglior blog per rimanere aggiornati, in presa diretta, sulle questioni legate a Gaza e non solo.
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Report sulla carne

Avrei dovuto intitolare questo post “Milena amore mio”.
In questa puntanta il team di Report analizza a fondo la problematica dell’eccessivo consumo di carne e derivati nella nostra economia (domestica) italiana ed europea. Problema: si, perchè tale è.
Date un occhio alla puntata e capirete perchè da sette anni a questa parta il buon Alex è vegetariano. Qui:

cioccolatini

la madre preme con le dita
nella bocca del bimbo nero,
labbra zuccherate
bocca piccola, buco di culo di
la madre preme
un’altra ciambella
un trancio
una lite
e io passando vedo i denti bianchi, denti da latte,
pietrine, affogare voraci nel
manto di grassi saturi
logori
GONFI:
La mano preme
la gente sgomita
i pacchi son pronti sul bordo del banco cassa
sorridente
sorridenti.
Tutto è pronto per quel suo buco di
tutto è pronto,
le guance si GONFIano, le mani,
spasmi nell’aria,
lo zucchero incastonato
ai bordi
col becco che va su
e giù,
bamboccio,
anatra nera e ciccia, goffa,
arpia che batte il collo, quando il grumo
s’incastra, picchia in avanti
scatta,
e butta
giù, per Gozzolandia,
spugna gialla zuccherina, occhi gonfi, saturi,
deificati
tronfi, grassi.
Un futuro da pornostar nella vetrina
del mondo fermo alla
cassa –
con il moto
che balla
ancora un po’,
rotatorio
e rivoluzione.

Bisogna il Presente

Non ho scritto pagine sulla moleskine da tempo, non ho preso in mano la mia penna, sono rimasto seduto su treni ascoltando mp3, ruotando la rotellina, guardando le capre fuori dal finestrino. E guardo le pagine bianche come niente. Come spazio tra le dita, che non puoi guardare, come ciò che c’è sotto il poster appena appena scollato, là sulla destra, sul muro della tua stanza.
Sto ascoltando un disco nuovissimo, dal disco duro del mio pc, che è allo stesso tempo vecchissimo, un disco di anni fa uscito l’altro ieri. E’ un disco che mi ricorda il pullman delle scuole superiori, quando per un po’ non ascoltavo hip hop. E’ un disco che mi ricorda i viaggi in panda, tornando dal lavoro, sotto la pioggia, perchè quando torni dal lavoro piove sempre. E’ uno di quei dischi che devi chiudere gli occhi per ascoltarlo, che ci senti dentro tanta di quella musica, o che forse è semplicemente capace di tirala da te la musica, per ricordi o per tecniche alchemiche. PGR.
Lo sto ascoltando in questa stanza, con le cuffie. Immaginando le voraggini tra me la porta il corridoio il vialetto la collina la cattedrale e le campagne, le città, il mare. Mi fa tornare in mente, questo disco, quella notte caldissima che passai a bere whiskey e a scrivere su blog di mezzo mondo il pezzo sconclusionato della mia esistenza, le mani che battevano, battono senza mai guardarsi indietro, mai smarrite, come macchine che si assemblano al punto giusto, con le virgole, gli – stop. Questo disco dice che Bisogna il presente.
Ha troppo ragione, questo disco.
Bisogna il presente, bisogna la mia penna, bisogna la chitarrina che sento in cuffia…
… bisogna la notte, là fuori. Ed è tutto presente, e tutto così possibile. Quasi tangibile che sì – è un niente che in realtà non è niente, ma è quello che è. Bisogna…

painless

I’m abstract like a
like a picture in the.
And now, writing in the white box
I still remember the effect of the
alcohol, those nights, those green fields
those titles heads,
painless heads,
so titles, so so back, a backbone
like a circle and the stars
as my own, sweet, circus.
Love, my love, I remember
memories, and remembering memories
is check mate.
Is the metallic sound of the key
in the door of the
jail.
Painless nights, I remember them.
When we were trying to cross the scaffold
when we
were
still
trying.
Now I write in the white box, I’m abstract,
like piano notes,
fake: like Soprano’s actors.
I’m just me in the waiting cue of something
looking a bit back
and than nothing.

anni veri di

Ho preso in mano le cartine, il tabacco. Il filtrino, bianco, spugnetta, è già in bocca. Queste cartine sono ingestibili, troppo fini. Si spezzano, non si chiudono. Col vento di questi giorni tutto intorno, è difficile chiudere le sigarette. Per poi portarle alla bocca. Litigare con l’accendino, fumarsele.
Finiscono, le sigarette. Se ne vanno senza lasciar nulla, nulla che che si possa vedere, passano di mano come una giornata a pescare, anni fa, o una in biblioteca, o dietro alla scrivania, al lavoro. Tra le dita come l’acqua del mattino, come il sapore di una pizza dal congelatore al forno, il congelatore che tenti di riaprire e non si apre. Sono abbastanza malinconico, in questi giorni. Chiudo la cartina, finalmente, e il filtrino e già stretto tra le labbra a reggere la lunga paglia, l’infinito tumore, la linea bianca tra me e l’altra metà della strada. Ho sangue blu, malinconico e rosso, che mi scorre nelle vene.
Sono stato a casa.
Sono stato in città con gente e fatto cose.
Ho preso taxi, navi, aerei, sono tornato da dove sono venuto e mi ci sono distanziato. Ho perso bagagli, o mail in ogni angolo del globo, amici virtuali su pagine virtuali in collegamenti, virtuali. Qualcuno mi ha scritto su una chat. Mi ha detto: stai morendo, cosa aspetti a cambiare. Inalo a fondo, è forte, il fumo entra nelle stanze a U del mio cervello. Se le passa tutte, indifferente. Come io passo i giorni qui, le sigarette qui, qui e là, anni veri di felicità.
Sono convinto, estremamente convinto, non scremato, integro, con i fili di grasso, quasi panna, in una scala da uno a dieci dieci, una ferrovia in metallo pesante. I miei amici accordano gli strumenti e io sono il disco finito, venduto, sold out. Sono il gatto che riproduce le sette vite sprecate in sette gattini, quarantanove nuove pose e possibilità. Sono troppo convito, sono preciso, sono… elettrificato e glorioso. Inalo a brucio. Con rabbia e miagolii indefiniti. So dove voglio arrivare, ci sono arrivato. Ci arriverò. Sono convinto: prendo quindi tutto il resto tra le dita e lo lascio andare, sabbia al mare, spiaggia di settembre, al mare finale. So cosa voglio e giro sigarette e giorni e mi siedo, in spiaggia, a guardarvi e a guardare questo posto. Anni veri di felicità – ma che cosa resterà.
Arriverò, lo so.
Come una corsa che ci si è imposti, il traguardo è alla nostra portata. Sarò felice, per il mio lavoro. Avrò gioie, per il mio futuro. Avrò un figlio, mi aggrada, ne ho voglia. Ma oggi lascio scorrere, e un po’ ho paura. Qualcuno mi ha scritto, in chat. Mi ha detto che cosa aspetto a cambiare. Lei sa chi sono, lei non dice mai a me cosa fare. Oggi l’ha fatto, mi sento così debole, per continuare a fumare così. Un passatempo verso la vita. Un’orizzonte raggiungibile, che prima di raggiungere si sta a guardare il mare passare, sciaborda con spruzzi si spuma bianca, al tramonto bruna, e rifletti mille colori gagliardi, faccette e libellule, pagluzze del sole… ma non lo si tocca. Sciaborda, spuma. Va.
Un po’, ho paura. Mi ha fatto pensare. Tre parole secche, virtuali.
Le sigarette si possono gustare?
Tu, che passi tra le mie mani, mi lasci del sudore? Ho dei colori intorno a me, o solo vento e cose che non so, che non vedo, che lascio cadere?
L’ho buttata nel cestino. Di quelli neri, un portaombrelli, forse. E’ caduta sul fondo ancora un po’ accessa, poi si è spenta lentamente. Io ero già in casa, a controllare la posta, a chiudere gli occhi, il mare continuava le sue moltitudini colorate, a lato e io, come se nulla fosse, avevo già iniziato a dormire.

Sono dei pazzi

hanno preso decisioni
all’ombra di salici che non frustano ma carezzano
la pelle oliva.
hanno guardato da lontano mondi che voi
uomini… hanno ascoltato qualcuno dire che c’era già
stato, qualcuno di bianco vestito
che i serpenti, quelli anziani,
rugosi
con bave giallastre e calze bucate
li sapeva domare.
hanno preso decisioni
fottendosene d’ogni regola o ragione, hanno
piegato cucchiai con la forza del pensiero
sollevato strade
aperto acque
colme di tanto di quel sangue, loro,
hanno,
deciso che la vita e la morte sono una dama cinese
col puzzo di fritto
che s’imbeve tra le pieghe delle camicie,
negre.
hanno preso decisioni
sollevato monti
fatto miracoli.
hanno girato il mondo
mi hanno sconvolto
sulle tue
povere vene.
hanno fatto tutto questo, luride impronte
nel fango d’una trincea
in cui ci siamo,
contando tra le dita, scavando nei nostri nasi pelosi
toccandoci il culo che resta,
noi.

we are all Gaza

In Berlin there is a dress I wanna buy for you
it is a kind of sweet wool short skirt
it is something I saw passing through the scheme
of the street
through all my day here
through my fingers
when I type, when I tease the tablecloth at
home, my mum cooking,
a new pancake a new sugary thought
just for me as human being
all my day here
studying and thinking and nothing
my chair my desk the blank well balanced wall
I get up today and I thought
to crash my head
violently violently purple and again
break of teeth
blood on mouth
salty taste of angriness
crash crash crash smash, with so much to
say and to do
I’m loosing
I’m a looser,
time is passing and I’m just doing what is expected from me
and I wanna I thought to crash
let’s take
it
let’s fly to berlin just for a dress
Saw by a window
as a war that is just a kind of terror for
shy smelly
palestinian kids
It is the right moment now to go and take it.

windows lying down day

E’ il primo giorno, dopo tanti, che mi ritrovo a poter guardare fuori dalla finestra non per angoscia ma per piacere. Una collinetta con qualche ciuffo d’erba inasprito dal vento e un al di là con gli uccelli che passano a stormi, così felicemente neri, che non riesco a vedere. Il cielo è grigio, aria invernale. Ho in mano il passaporto, che non ricordo com’è che l’ho preso, e continuo a passarmi la sua copertina amaranto, ruvida, plastica burocratica, tra le dita. Lo apro e lo chiudo, senza guardarlo, per ricordarmi le vecchie e immaginarmi le nuove partenze. E nello scorrere delle fotografie del mio faccialibro mentale, quando passano una accanto all’altra e una sopra l’altra, dagli anni scorsi ai giorni messi dentro a qualche minuscolo cassetto appannato, passo anche di qua. Da questa stanza e dal mio letto sdraiato per terra, disfatto e rifatto a due passi dal bagno, dall’armadio, dal buco. A due passi da tutto quello che ho che si è compresso qui dentro. Esploso da una valigia.
Questa non è una città, il posto in cui sono. E non è neppure un vecchio villaggio di mare coi suoi uomini da piccoli lavori in attesa di farsi la barba e la morte. E’ solo un paese immaginario. Un posto chiuso in una bolla lontana dal mondo, su uno scaffale di un qualunque centro commerciale, messa in terza o quarta fila che nessuno la può vedere ma tutti sanno che c’è, che è lì, ed è pronta anche se un po’ irraggiungibile. In cui fluiscono i ragazzini della apple e del maglione in flanella, le ragazzine bionde e tutte incredibilmente con gli stessi occhi e le stesse labbra da hentai, con gli stivaletti col pelo bianco e i gonnellini. Calze spesse viola o marroni. Gente con una semplicità di vita quasi sconcertante, non loro, i ragazzini, ricchi e poveri adolescenti britannici, ma gli uomini e le donne conviti e convinte di fare un servizio al mondo con le loro ricerche tra la A e la B, tra il pelo e l’uovo, beating around the bush. Un’aia sconfinatissima. Dove si gira e si gira e ci si compiace, abbastanza lontani dal mondo da non dare fastidio, e da continuare a risplendere come carta patinata. Porca puttana. Ma di quelle proprio luride, di quelle da bordello di Ankara. Che ci entri passando il check in della polizia e poi passi accanto a queste signore che ti aspettano sulla porta, in una piccola cittadella dai muri scrostati e dall’evidente sifilide, puttana con le vene varicose e il mondo sfiancato dentro di sè. Forse una di loro capirebbe. L’inutilità latente di una massa di parole scollegate da tutto e da tutti, un fuoco fatuo di cui si parla e che nessuno ha mai visto. Poche eccezioni, pochissime. Solo un gran rumore e un’eccitazione di fondo che finiranno un giorno sommesse come un peto lasciato andare, tra il culo e la sedia imbottita, caldo, nel silenzio generale.
Passo un occhio veloce sul nuovo lavoro da fare, che è lì accumulato sulla scrivania. Deglutisco un sorso di the dalla tazza coi fiori e incrocio le gambe. Guardo ancora fuori da questa finestra che non riesco ad aprire. Al di là del vetro spesso, forse la stessa emozione di vedere qualcuno uscire di casa al tramonto coi contrasti fortissimi del grigio e del nero, coi pensieri a districarsi tra un lampione e l’altro, come lunghi fili prima di prendere il volo. Forse, e io continuo a sperarci. A lavorarci. Pronto presto a partire, con una voglia di andare proprio al centro al mezzo all’interno del bush, nella sua profondità così odorosa e felicemente nera. Per lasciare ad altri la gioia di girarci ancora, e ancora, intorno.